L’integrazione sociale del cane rappresenta oggi una priorità,
considerata l’importanza che sempre più rivestono i pet nella vita familiare e
sociale delle persone e tenuto conto che da ormai un decennio si desidera
vivere la relazione con il cane non più nel solo ambito domestico. Attualmente
i proprietari di cani vogliono vivere la loro relazione in modo globale e
quindi anche all’esterno, vale a dire poter andare in albergo con il cane,
accedere a luoghi pubblici come spiagge o locali, socializzare con altri
proprietari in ambiti collettivi come parchi e giardini. La profilassi
comportamentale rappresenta quindi la strada attraverso cui poter evitare da
una parte la sofferenza del cane e dall’altra il rischio di aggressioni. Tale
obiettivo si può raggiungere se tutti gli attori della mediazione tra uomo e
cane sapranno agire con una logica integrativa, lavorando insieme e impostando
il proprio statuto professionale in senso collaborativo. Si tratta prima di
tutto di ribadire che dietro la maggior parte delle situazioni di pericolosità
sociale si nasconde un maltrattamento, più o meno esplicito, subito dal
cucciolo nel corso della sua storia evolutiva. Maltrattare un cane – e tale è
anche il non permettergli di fare le esperienze necessarie al suo corretto
sviluppo – non è pertanto solo un atto contro l’interesse animale ma un fattore
di rischio grave per l’intera collettività. In tal senso è importante
responsabilizzare il proprietario, metterlo cioè al centro dell’intervento di
prevenzione, evitando la forviante scorciatoia delle razze potenzialmente
pericolose, priva del minimo fondamento scientifico. Ovviamente è
indispensabile affiancare il proprietario attraverso interventi consulenziali
ed emendativi, laddove si rendano necessari. Le tre coordinate di profilassi
comportamentale riguardono tre macro-are di sviluppo: 1) favorire la capacità
del cane di stare con competenza e gratificazione nelle situazioni sociali (pro
socialità); 2) evitare l’impulsività del cane e la sua tendenza ad agire in
modo diretto senza alcuna mediazione di autocontrollo o di referenza al
proprietario (riflessività); 3) dare al cane le corrette conoscenze per poter
affrontare la complessità del mondo dell’uomo senza sviluppare diffidenze o
subire stati di disagio (integrazione). Per poter raggiungere questi obiettivi
sarà fondamentale implementare le classi dei cuccioli e le attività di
socializzazione, realizzare dei percorsi ad hoc che puntano sulla riflessività
e sull’integrazione come la mobility e il BC4Z. Si tratta prima di tutto di
sensibilizzare l’opinione pubblica e di premiare coloro che si impegnano in un
corretto iter di sviluppo della propria pet-ownership. È indispensabile inoltre
la collaborazione tra diverse figure professionali, in primis i medici
veterinari comportamentalisti e gli educatori cinofili, avendo cura di
impostare progetti pedagogici che tengano conto della specificità del cane e
pertanto rispettando le reciproche competenze.
dr. Roberto
Marchesini
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